
Perché non abbiamo il diritto di giudicare il velo islamico
Quel brutto vizietto che abbiamo in Italia, e in Occidente, di puntare l’arrabbiato ditino contro chi la pensa diversamente da noi, da chi ha valori diversi dai nostri, di chi vede la vita con un ritmo dissimile da quello nel quale siamo sempre stati cresciuti… lo si vede anche nel nostro arrogante giudizio del velo islamico, pensandoci, come Europei, come i supremi illuminati del mondo, che soltanto una donna che si spoglia è una donna libera. Ci dimentichiamo, invece, che una libertà totale – la libertà di poter fare ogni cosa, in ogni caso – è, in sostanza, una mancanza di vera libertà.
Con quale arroganza giudichiamo una donna islamica che indossa il velo, o il chador che sia, quando noi, in Italia, abbiamo show televisivi, nell’orario di cena, con i bambini piccoli a tavola, che guardano delle ballerine – cosiddette “professoresse” – che si mettono sensualmente la mano nei capelli, ballando in modo ambiguo, ammiccando alla telecamera che ne riprende ogni movenza e, perché no, stuzzicando anche l’appetito (sessuale) del marito e padre di famiglia mentre mangia il risotto. Con quale arroganza.
Con quale arroganza parliamo di violenza di genere nell’Islam quando, in Italia, c’è un femminicidio a ogni schiocco giornaliero? Una violenza vera proprio là, dove ci dovrebbero essere “veri”, ma in realtà presunti, valori di famiglia. (Ma ovviamente la violenza di genere esiste ovunque e in qualunque condizione, ed è per questo che è sbagliato suddividere il mondo fra totalmente giusti e totalmente sbagliati). Con quale arroganza.
Con quale arroganza pensiamo che un velo colorato indossato dolcemente attorno al viso sia più oppressivo di una donna che deve far vedere il seno per lavorare, convincendosi subdolamente e nel privato che sia una “sua” scelta. Con quale arroganza.
Perché sapete: non è vero che in Afghanistan le donne debbono indossare «per legge» il burqa, o che nemmeno possono andare al mercato per comprare un po’ di frutta, o che possono soltanto vivere chiuse in casa, nascoste dalla società. Non è così, quanto meno non ovunque in Afghanistan. Ci sono luoghi molto liberali, come Herat, Bamiyan, la stessa Kabul in un certo senso, e luoghi molto conservatori come Kandahar. Ma qui entreremmo in un discorso più ampio che non spetta a questo articolo.
Non è vero che, come taluni “giornalisti” dicono, in Iran tutte le donne debbono indossare, «per legge» quel brutto, nero, oppressivo chador che Oriana Fallaci buttò a terra davanti a Khomeini.
Quello fu un – vero – atto di coraggio femminile, ma altrettanto coraggio servirebbe per riconoscere che l’Islam non odia la donna, la sua figura, il suo ruolo, come ci viene raccontato al servizio “giornalistico” dell’orario di cena. Ma anzi, l’Islam spesso (seppur non sempre, non ovunque) ci insegna che la donna può essere rispettata, considerata, tutelata, anche senza essere svilita, anche senza che essa debba svendere la sua sensualità, la sua dolcezza, la sua femminilità davanti al mondo.
Noi non abbiamo il diritto di giudicare. Non perché gli “altri” non sbaglino mai. Ma perché siamo troppo arroccati nella nostra arroganza, nella nostra supponenza, nella nostra presunta superiorità morale di chi sa o, meglio, di chi pensa di sapere ma, in realtà, del mondo là fuori ha capito ben poco.
Una donna, politico di destra, tempo fa affermava nella sua campagna elettorale di voler proteggere i «valori cristiani» del suo Paese. Guardatevi attorno. In televisione, nel delirante circo di un centro città, ovunque i vostri occhi, qui in Italia, nel cristiano Occidente, si posino là dove l’uomo incontra l’uomo, la donna un’altra donna, e l’umanità si assembla e si mischia, e chiedetevi: sto realmente osservando dei «valori cristiani» in ciò che vedo? E dalla risposta che vi si paleserà davanti, vi riconoscerete impotenti nel giudicare un Islam che nient’affatto conoscete.
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